Kilian e il Langtang, paradiso da ricostruire

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La valle del Langtang incomincia quando arrivi (in pullman, dopo 120 km di paura da Kathmandu, o a piedi dopo aver affrontato il Laurebina Pass a 4600 metri) a Syabrubesi, villaggio adagiato sulle rive del fiume Langtang, a circa 1400 metri di quota. Lì qualunque tipo di strada finisce e inizia un lungo single track che in certi punti percorre la riva destra del fiume, in certi altri quella sinistra, con continui cambiamenti di sponda su più o meno stabili ponti tibetani, sospesi sulle tumultuose acque del torrente himalayano. Risalendo il fiume, fino a 3400 metri il panorama resta più o meno uguale, con foreste di rododendri e bambù a farla da padrone, dove si possono incontrare diversi tipi di scimmie e se si è molto ma molto fortunati un animale rarissimo e in via di estinzione, il Red Panda. Lungo il cammino ci sono diversi “lodge”, ci si può fermare a mangiare, bere, dormire più o meno ogni ora-ora e mezzo di cammino. Quando poi si esce dalla linea della vegetazione, la visuale è di quelle che ti toglie il fiato e non importa se sei stanco, non ti lavi da tre giorni, la quota ti fa ansimare appena muovi tre passi di corsa. Una valle selvaggia, dove l’insediamento umano è ridotto all’osso e sparisce del tutto al di sopra dei 3800 di Kyanjin Gompa, circondata da vette impressionanti che sembrano così vicine da poterle toccare. E’ proprio in queste lande che negli anni ’50 ci sono stati alcuni avvistamenti dello yeti, il (leggendario) abominevole uomo delle nevi. Sempre qui, potete trovare sterminate greggi di yak che pascolano in totale libertà a più di 4000 metri (quando ci passate vicino, prestate una certa cautela, sono tendenzialmente mansueti, ma sono pur sempre dei “tori” di svariati quintali). L’alta quota ti toglie il fiato, ma non credo di aver corso in un posto più bello, né di aver mai trovato un luogo su questo gnocco minerale che mi è a tal punto rimasto nel cuore.

Purtroppo però, anche se ho voluto scrivere la mia narrazione al presente, questo luogo non esiste più, è diventato una sorta di “paradiso perduto” dopo le devastanti scosse di terremoto che hanno colpito il Nepal nella primavera del 2015. Gigantesche frane e valanghe hanno sepolto villaggi, ucciso persone, modificato radicalmente la morfologia del territorio.

Proprio in quei giorni si trovava in Nepal Kilian Jornet che, insieme agli altri membri della spedizione, ha deciso di abbandonare il progetto di recordo di salita e discesa dell’Everest per portare soccorso alla popolazione locale. Da quell’esperienza è poi nato il film “Langtang”, scaricabile sul sito “Summits of my life” (http://blog.summitsofmylife.com/), il cui ricavato andrà in beneficenza e servirà a ricostruire 116 case in quella splendida vallata, in modo che la popolazione vi possa tornare e, con essa, tutte le attività economiche di prima del terremoto.

Il film, che mette in mostra scene di vita quotidiana antecedenti il disastro (canti, balli e la naturale straordinaria ospitalità nepalese), riprese di sci alpinismo (anche in inverno il Langtang rappresentava fonte di gioia per gli avventurieri) e immagini anche piuttosto crude dei giorni successivi alla tragedia, credo sia di particolare interesse per gli amanti della montagna e del trail, dal momento che mette insieme Kilian e il Nepal, due delle gioie della vita senza se e senza ma.

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